MYANMAR, Frammenti.

Brano tratto da: "Viaggio in Myanmar" di Alfonso Ortualco

Albeggia quando l’Airbus della Qatar atterra all’aeroporto di Yangon. Una striscia rossa si stende al confine tra cielo e terra.
Non è facile, dopo tredici ore di volo, una volta sistemati in un confortevole hotel, non cedere alla tentazione del riposo ristoratore e prendere invece la decisione di buttarsi subito nella città, con quella voglia di non perderne nemmeno un minuto, dal suo risveglio al suo precoce ritiro nel buio e nel sonno.
Ed è subito Asia vera, subito sei dentro al formicaio, dentro il brulicare ininterrotto di attività e di commerci. E’ vera Asia anche se Yangon è ancora parzialmente Rangoon. Il segno inglese è ancora presente, per assurdo che sia, in alcuni tra i migliori aspetti della città. La cura del verde, anche se la vegetazione lussureggiante della città non sembra aver bisogno di particolari attenzioni per prosperare rigogliosa. Gli edifici coloniali che conferiscono al centro della città un tocco di particolare emozione, un sapore “ancient times”, un richiamo a Kipling e Pearl Buck. L’impianto urbanistico del centro, a strade tutte rigorosamente parallele e perpendicolari tra loro, che consente di mantenere, pur nel fervore delle attività, una parvenza d’ordine. (…)
Sono inebriato. Mio figlio mi si avvicina e, notato il mio stordimento, mi sussurra con un certo rimprovero: “Allora a te piaceva quel mondo, quello con gli europei dai sottili baffetti, i pantaloni kaki, il sigaro, riveriti a tavola da servi locali o magari immortalati, in qualche foto d’epoca, col piede sinistro sul corpo esanime di una tigre, il fucile ancora fumante nella destra?”
“No” gli dico, “non mi piace nulla del sistema colonialista. Un sistema arrogante e prevaricatore, un sistema che, per quanto mimetizzato, esportava violenza e lo stesso concetto, tuttora presente in Occidente, della necessità di insegnare la democrazia, di portare la luce nell’inciviltà. No, non amo niente di quel periodo che ha impoverito le foreste, saccheggiato i sottosuoli e annientato la fauna selvatica. Ma mi piace il passato, il suo sapore, la sua cesta di ricordi, la sua possibilità di evocare immagini interne che non riconosco al futuro. Mi piace un certo gusto delle cose che ora non ci sono più.” (...)

Tiziano Terzani scriveva che la Birmania, oggi denominata Myanmar, è l’ultimo paese asiatico non inquinato dalla strisciante occidentalizzazione che pervade quel continente.
Nonostante sia schiacciato tra India, Cina e Penisola Indocinese, il Myanmar è sempre stato un paese isolato, anche per le scelte autoritarie del rigido e antidemocratico regime militare che da circa 45 anni lo governa. In tutta la sua storia, peraltro, il Myanmar è sempre stato lacerato da continui conflitti interni con una conseguente nutrita congerie di dittatori, ribelli antigovernativi, guerriglieri e focolai di rivolta.
Eppure, sorprendentemente, il popolo birmano è socievole e premuroso, educato e gentile, perennemente sorridente.
In un recente viaggio in quel paese, Marco Curatolo e Alfonso Ortualco hanno cercato di fissare, ognuno per l’arte di loro competenza, la fotografia per il primo, la scrittura per il secondo, frammenti di Myanmar.

frammenti di Myanmar. Frammenti di un’Asia perduta, di rapporti umani sinceri, di speranze e sguardi, di profumi, colori, ritmi e sensazioni contrastanti.
foto scattate nell’intento di restituire all'osservatore la stessa profonda, interiore magia che il mix birmano, costituito da natura, arte, misticismo e popolazione, ha saputo determinare nell’animo dell'autore.

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