

ARMENIA, Squarci di Cielo.
Brano tratto da: "Diario di viaggio" di Alfonso Ortualco
L’Armenia che ho visitato sono due paesi: Yerevan, la capitale, moderna, dignitosa, occidentalizzante, e il resto del paese, povero, arretrato, disperatamente post-sovietico.
Anche Yerevan sono due città: quella centrale, pullulante di vita, caffè, negozi e discreta pulizia, e quella periferica, orrendi casermoni sovietici, scarsa pulizia e disordine urbanistico.
L’Armenia sono tante storie, continue scorrerie di invasori, ma soprattutto il terribile genocidio per mano dei turchi nel 1915. L’Armenia è questa cristianità proclamata per primi nel mondo e difesa, nei millenni, col sacrificio di milioni di armeni.
A Echmiadzin, il Vaticano armeno, ho assistito alla cerimonia domenicale officiata dal Catholicos, il papa armeno, coadiuvato da tutte le alte gerarchie ecclesiali. Più che una messa, una vera e propria rappresentazione, in un certo senso uno spettacolo teatrale. Un rito austero ed emozionante.
I fedeli partecipano poco, nel senso che non cantano e non rispondono in coro a richieste dell’officiante. Continuano incessantemente ad acquistare sottili candele gialle che accendono e piantano nella sabbia di grandi contenitori neri di forma rettangolare. Ognuno acquista da due a più candele e le pianta devotamente a mazzetti. Alcuni, estaticamente, guardano verso l’alto. Ogni tanto gli uomini escono a fumare, ma non è un modo per intervallare una cerimonia di per sé lunghissima, è una necessità assoluta: gli armeni più moderati non fumano meno di un paio di pacchetti al giorno.
La messa è concelebrata da decine di preti (terter) e vescovi che frequentemente intonano litanie in formidabile crescendo di voci. In una nicchia della navata destra, un coro di angeliche voci femminili e di potenti tenori intervalla le attività degli officianti sull’altare. Le donne hanno tuniche azzurre e alcune sembrano autentiche madonne.
Il parallelo con una rappresentazione teatrale è rinforzato dalla presenza, davanti all’altare, del sipario che si chiude al termine di ogni atto della cerimonia.
I paramenti degli officianti sono splendidamente ricamati e variamente colorati, e le loro figure, talvolta incappucciate, ieratiche.
Di tanto in tanto alcuni terter muovono, con tocchi rotatori, delle aste (gavasan) sulla cui cima vi sono cerchi argentati con attaccati piccoli sonagli che percuotono lievemente il cerchio. Altri terter muovono pendolarmente gli incensori, spargendo il fumo odoroso per la cattedrale.
Chi esce, temporaneamente o definitivamente dalla cattedrale, lo fa arretrando, senza mai porgere le spalle all’altare.
Attorno alla cattedrale, disseminate, giacciono numerose kratchkar (croci di pietra), tavole quadrate e rettangolari che recano scolpita una croce lapidea, inquadrata in una cornice finemente cesellata. A Echmiadzin si trova una delle tre kratchkar recante Cristo in croce.
Gli armeni non amano rappresentare la Divinità, Dio creatore men che meno. Le loro chiese sono spoglie. Forti solo della loro possente architettura, del loro buio, delle loro mille candeline gialle.
A Echmiadzin vi sono due splendide chiese dedicate a due vergini della prima cristianità, Gayanè e Hripsimè. Ragazze del III secolo che si rifiutarono ad un re locale e pagarono con la morte. Il mondo non è cambiato granché, dunque.
Davanti alla chiesa di Santa Gayanè, arriva un transatlantico bianco, l’auto più lunga che mi sia mai capitato di vedere. Porta gli sposi e, dietro a loro, il codazzo di parenti e amici. Il fotografo è scatenato, li costringe a cento pose tradizionali. C’è un’atmosfera pesantemente pacchiana, non dissimile da certi matrimoni nostrani, soprattutto di paese.
Imparo a conoscere le fisionomie e le fattezze armene. Le donne, tutte more, fortemente truccate, spesso belle e con gli immancabili vertiginosi tacchi. Le giovani – siamo a novembre – hanno sposato la moda “alla cavallerizza”: pantaloni che finiscono poco sotto il ginocchio o, in alcuni casi, arrotolati, e stivali con tacco a spillo. Gli uomini non derogano dai colori che vanno dal grigio scuro al nero. Aggiungansi capelli neri, spesso baffi neri, occhi neri, facce piuttosto torve mai inclini al sorriso e l’immancabile sigaretta.
Eppure, quando li approcci, sono sempre gentili, educati, ma comunque asciutti. Diventano invece aggressivi e maleducati in auto, nei confronti dei pedoni. Attraversare una strada, anche se sulle strisce pedonali e spesso anche al semaforo, è un’autentica alea: in una giornata si rischia ripetutamente la pelle. Nessun guidatore accenna ad un benché minimo rallentamento e, se non ti scosti, ti tira sotto. Eppure non ho mai visto un incidente, né pedoni stesi sull’asfalto.
Su Yerevan domina la perfetta sagoma del sacro monte Ararat, un cono di oltre cinquemila metri che si eleva dagli altopiani di confine tra la Turchia e l’Armenia. Geograficamente in Turchia, l’Ararat è in realtà situato sul territorio dell’antica Armenia e gli armeni lo sentono come un riferimento sacro e interiore.
Dal muro di cinta del santuario di Khor Virap (pozzo profondo), il pozzo dove San Gregorio l’Illuminatore (Surp Grigor Lusavorich) fu rinchiuso per quattordici anni prima di convertire al cristianesimo il re armeno Trdat III, si vede, lì a due passi, la linea di confine, le altane con le garitte contrapposte. Greggi pascolano ai limiti delle artiglierie avversarie.
Come potrà mai rasserenarsi il clima tra i due paesi confinanti dopo ciò che è successo? Bastano pochi minuti, pochi sguardi alle foto, nel Museo del genocidio armeno, per rendersi conto che quella ferita non potrà rimarginarsi. Non a breve, perlomeno. Mai, se i turchi non ammetteranno gli orrendi crimini, mai se continueranno stupidamente a negare, mai se non chiederanno perdono.
Il museo è un luogo di grande intensità. Le geometrie semplici ma essenziali conferiscono al luogo una potente ieraticità. C’è un fuoco perenne che arde al centro del mausoleo, circondato da dodici grandi steli di pietra possente, dodici come le regioni armene dell’attuale Turchia.
All’interno del museo, dopo qualche passo, si è oppressi da un pervasivo senso di infelicità. Si soffre osservando le poche ma significative foto scattate durante il genocidio: quegli scheletri di madri e bambini fatti morire di fame nei deserti anatolici, quelle teste armene mozzate, esibite come trofei dai soldati turchi, quei corpi degli innocenti medici armeni penzolanti dai capestri nella piazza di Aleppo, l’immagine della città di Van prima e dopo essere rasa al suolo dalla furia dei fanatici turchi. Sono solo alcuni ricordi del dolore che ha percosso i miei occhi e la mia identità di uomo. Si prova, nonostante la lontananza temporale e geografica, un senso di colpa come se non avessimo fatto qualcosa per impedirlo. Si prova il senso di colpa di appartenenza al genere umano, perché questi orrori non vengono compiuti da un popolo, da una razza, da un’etnia, questi orrori vengono compiuti dal genere umano, cui tutti apparteniamo.
Si esce all’aria aperta, dove svetta verso il cielo terso l’acuminata, altissima guglia in ossidiana. Si è su un poggio, da cui si domina Yerevan. Si passeggia nei vialetti a fianco dei prati in cui i visitatori illustri, gli uomini di stato, hanno piantato un alberello di pace. Le lapidi davanti ad ogni albero sono tutte recenti. E’ molto recente, è scandalosamente recente, la consapevolezza di ciò che è successo agli armeni. L’Occidente, il mondo cosiddetto libero, ha impiegato quasi ottant’anni per cominciare a rivisitare storicamente l’Olocausto armeno.” (...)
ARMENIA, Squarci di Cielo . Una serie di scatti nei quali l'autore ha cercato di rappresentare quell'aura di misticismo, spiritualità e decadenza che si respira in Armenia, terra di un popolo fiero e perseguitato nella storia, terra di un popolo che ha vissuto periodi di grande sviluppo economico e industriale durante il periodo sovietico e che ora senza le risorse necessarie per la manutenzione degli impianti sta dismettendo o abbandonando gran parte delle infrastrutture. Terra di un popolo che per primo nella storia ha adottato la religione cristiana e che si è sempre rifugiato in essa per sopravvivere ai genocidi e alle dominazioni che ha subito.
